QUANDO SEMBRA TUTTO FERMO LA TUA RUOTA GIRERA'.

Quand’ero piccola amavo fare un gioco, sempre lo stesso: prendevo tutti i miei peluches, li mettevo seduti composti e immaginavo di fargli lezione.
Sognavo una classe tutta mia, avevo un’agenda personale in cui segnarmi i giorni delle verifiche e delle interrogazioni e un registro di classe in cui annotare i voti di queste prove. 
Preparavo disegni, fotocopie, esercizi che io stessa poi compilavo (i peluches non ne erano ancora in grado, per mia sfortuna) e correggevo. 
Ogni mio allievo aveva una storia, degli amici, qualcuno addirittura una fidanzatina, e io provavo con tutta me stessa a fargli amare ciò che io amavo. Leggevo loro i miei libri, le mie storie preferite, a volte chiedevo addirittura di scrivere qualcosa di inventato, non importava se fosse stato uno sfogo personale o un racconto di draghi, principesse e cavalieri. 
E sì, se ve lo state chiedendo, scrivevo io ogni storia.
Avevo sei anni, all’epoca.
Adesso invece ne ho diciannove, domani andrò in università e incontrerò per la prima volta i miei professori e i miei compagni di corso, lunedì poi inizierà ufficialmente la mia avventura su quei banchi.
Facoltà di Lettere, ovviamente.
Tredici anni in più, qualche nuova storia in tasca e il sogno di insegnare che, prima o poi, diventerà realtà.

Penso di averti amato, in qualche modo.
Penso di averti amato come si ama il mare in tempesta, la pioggia battente, il rock duro e crudo, quella birra in più nelle notti d’estate.
Penso di averti amato come si amano i problemi di geometria che durante i compiti in classe ti fanno sudare, morire, impazzire, ma che alla fine ti vengono e ti lasciano lì, ad occhi aperti, a sentirti quanto meno un semidio.
Penso di averti amato come si amano le giostre spericolate, quelle che ti creano quel vuoto in pancia e che appena scendi, se riesci a non vomitare e soprattutto a reggerti in piedi, cosa per niente scontata, vuoi subito rifare.
Penso di averti amato come si amano le corse sotto la pioggia, le cazzate, la musica a palla in macchina, le conversazioni folli, filosofiche e insostituibili che durano fino al mattino.

Penso di averti amato come si amano le cose impossibili: inspiegabilmente, follemente, completamente. 

quellachenonseinonsarai:

Mi facevi venire voglia di essere dolce, di baciarti sotto le stelle, di commuovermi per un film, io che non piango mai, solo per essere abbracciata da te. 
Mi facevi venire voglia di essere donna, di sentirmi bella, ma bella per te, di mandarti messaggi ad ogni ora del giorno e della notte, di ridere e soprattutto di farti ridere.
Mi facevi venire voglia di candele, bagni di mezzanotte, lettere da conservare in qualche cassetto, di svegliarmi con il tuo sorriso a pochi centimetri dal mio.
Mi facevi venire voglia di ballare, di eliminare i progetti e rischiare, di buttarmi per davvero, di smettere di chiedermi “perché dovrei?” e iniziare a chiedermi piuttosto “perché no?”.
Mi prendevi la mano e mi facevi credere che niente sarebbe stato impossibile, neanche noi, mentre il sole sorgeva e con lui la realtà.
Siamo durati il tempo di una notte d’estate, un amore eterno finito al mattino, un sogno troppo bello per resistere al peso del giorno.

“Non ho mai sentito di appartenere a nessun posto. 
Ma tu mi fai sentire come se ci fosse un posto per me.”

—   Shadowhunters

Vorrei dimenticare la sensazione che mi provocava il tuo tocco sulla pelle, il tuo sorriso quando ti sussurravo che ti amavo, le volte che ti chiedevo di smettere di giocare e in qualche modo finivo a giocare con te.
Vorrei dimenticare come prendi il tè, il tuo colore preferito, la canzone che hai come suoneria e il suono della tua sveglia. Vorrei dimenticare il tuo profumo.
Vorrei dimenticare cosa si prova a svegliarsi e trovarti di fianco, il calore di un tuo abbraccio, quanto zucchero metti nel caffè e il tuo film preferito.
Vorrei dimenticare il modo in cui arrossisci e il modo in cui ti muovi quando sei nervoso, il suono della tua voce e la tua mano nella mia.
Vorrei dimenticare il modo in cui mi accarezzavi, ma ancora di più il modo in cui mi guardavi, facendomi credere che sarebbe stato per sempre.
Vorrei dimenticare te.

“Qualsiasi strada deciderai di percorrere, sarà la strada giusta. Io credo in te.”

—   Mio padre.

Ricordo ancora la prima volta che andammo a pattinare sul ghiaccio. Ricordo che, come al solito, io volevo fare tutto da sola, lui allora si sedette accanto a me e mi guardò litigare con quei lacci che non ne volevano sapere di chiudersi, poi mi prese per mano e mi guidò fino alla pista.
Ricordo le cadute, le risate, io che per niente al mondo avrei lasciato la presa sicura del bordo pista, lui che ogni tanto si stufava e faceva qualche giro per conto suo, così veloce che avevo quasi paura io per lui.
Ad un certo punto, però, si fermò esattamente di fronte a me e mi prese le mani. Entrambe le mani.
Mi costrinse a lasciare il bordo, mi trascinò fino al centro della pista, tra le mie immancabili proteste, poi, senza una parola, mi lasciò le mani e se ne andò. Lo ricordo come fosse ieri.
Mi ritrovai da sola al centro della pista, senza le sue mani e senza sicurezze, lo odiai in quel momento. Tanto.
Lui, nel frattempo, si fermò nel lato opposto al mio e, fissandomi, mi urlò di andare da lui. Mi disse che lui credeva in me, che potevo farcela. Lo sapevo com’era, non sarebbe tornato, nessuna preghiera o promessa avrebbe funzionato, e io non avevo alternative, una volta esclusa l’ipotesi di passare il resto della giornata lì immobile: dovevo andare da lui. Muovendo i primi passi scoprii che non era così impossibile come pensavo, che in fin dei conti me la cavavo bene, era solo una questione di equilibrio. Passo dopo passo acquisii sicurezza, fino a quando le mie mani non raggiunsero le sue e finalmente mi abbracciò.
Lì, nel bel mezzo della pista. 
Pattinammo tutto il pomeriggio mano nella mano, qualche volta caddi, ma mi rialzai sempre. Lui era sempre lì, pronto a tendermi la mano.
Fu così che mi insegnò a pattinare.
Fu così che mi insegnò a vivere.

Andandotene mi hai fatto capire di essere forte, quella forza che ha solo chi sa di poter vivere senza la propria parte migliore.