QUANDO SEMBRA TUTTO FERMO LA TUA RUOTA GIRERA'.

“Non mi importa di chi sei, non mi importa se sei con lei, non mi importa di sapere se la ami o le fai un piacere.
Tanto lo so che noi siamo noi, tanto non ci vedremo più ma continuerai a sognarmi almeno una volta al mese e ti darà immensamente fastidio.
Non mi importa se non sei mio e se io non sono tua, ogni cosa che fai io la immagino, ogni cosa che pensi io la sento.
Nessuno si appartiene, e quello che siete voi adesso è solo una parola.
Quello che eravamo e che saremo noi sembra niente, ora.
Ma sai, non finirà mai.”

—   Susanna Casciani

Ero al computer quando lo venni a sapere, era una mattina di fine estate. 
Me lo dissero senza eleganza, senza tatto, solo più tardi capii che non esiste il modo giusto per dire certe cose, esiste solo la dura, cruda, orribile e dolorosa verità.
Ed è molto meglio degli inutili giri di parole.
Non realizzai subito: non piansi, non feci scenate, non mi chiusi in camera senza mangiare. Mi aspettavo semplicemente di vederti girare l’angolo come sempre, in sella alla tua moto, per poi salutarci con una delle tue solite battute. 
Non presi neanche in considerazione l’idea che potesse essere vero, che non avremmo più corso, giocato, sfilato, mangiato, cantato, bevuto, scherzato, progettato, riso fino a morire, tutto sempre insieme.
Non poteva essere vero, non era proprio possibile.
Mi trovai con gli altri, increduli quanto me, mi sembrava di vivere una vita che non era la mia, sospesa in un vuoto che non avevo mai provato.
Sola, tra la gente.
Fu solo quando Mattia mi venne incontro piangendo che realizzai, il grande e duro Mattia, la prima cotta segreta - ormai non più così segreta - della mia infanzia.
Fu tra le sue braccia che capii: le tue non mi avrebbero mai più stretto.
E allora, finalmente, piansi.

Sei nelle canzoni che ascolto, in quelle che cantiamo tutti insieme alle tre del mattino, quando i problemi sembrano appartenere ad un’altra vita.
Sei nelle parole che scrivo, nelle cose che vedo, tra la gente che incontro e tra cui, in segreto, ancora spero di ritrovare i tuoi occhi. Sei nelle risate, perché se c’è una cosa capace di arrivare fin lassù, quella è sicuramente una risata.
Sei nei nostri orizzonti che si incontrano, nelle battaglie che combatto, nelle cose in cui credo, nei piccoli gesti e nei grandi cambiamenti.
Sei nel dolore, quello che non ti fa respirare, quello da cui sembra impossibile uscire, e nell’arcobaleno dopo le tempeste. 
Sei nelle sere passate a guardare le stelle: le guardi anche tu, solo da un’altra prospettiva. Sei nella forza che neanche sapevo di avere, nella tristezza e nel coraggio, nei libri che leggo e nelle storie che più amo.
Sei nei video stupidi che tanto amavi, nelle strade che percorrevi, nel campetto di calcio, teatro dei tuoi - a tuo dire - spettacoli più belli.
Sei ovunque: a volte basta solo chiudere gli occhi per vedere.

Tante belle parole, ma.. OMMIODDIO OGGI INIZIO L’UNIVERSITÀ!

Che il panico abbia inizio.

Stavo pensando a quella sera, ci penso sempre ormai.
Penso a quando eravamo seduti accanto e al nostro avvicinarci, lentamente, con quella timidezza che non ci appartiene, ma che non potevamo evitare. Quella timidezza che nasce dalle prime volte, dalle cose nuove, quelle belle, quelle che ti fanno battere il cuore un po’ più forte e arrossire, anche, perché non c’è modo per evitarlo.
Gesti fatti mille volte che, però, sembrano in quel momento irrimediabilmente diversi.
Avrei voluto dirti che mi venivano i brividi quando mi sfioravi. Avrei voluto dirti tante cose, ad essere sincera, ma certe notti le parole non servono. 
Poi tu, con una scusa a cui nessuno crederebbe mai, hai preso la mia mano e io, mentre dentro più che delle farfalle avevo uno zoo intero, ti ho lasciato fare, sorridendo. 
Stavo pensando alla mia testa sul tuo petto, al battito del tuo cuore e alle risate che mi rimbombavano dentro, quasi amplificate, e a quando mi sono ritrovata a pensare che fosse il suono più bello del mondo.
Le risate di due amici che sono più che amici, anche se ancora non lo sanno. Come fai a capire quando lo sei? Innamorato, intendo. Come te ne accorgi?
E’ come quando devi fare pipì: un secondo prima non ti scappa, il secondo dopo devi correre in bagno. Chi lo sa come funzionano, queste cose?
E’ questione di un attimo, un respiro, un battito di cuore un po’ più veloce del normale. E i nostri cuori, quella sera, battevano allo stesso ritmo.

Non sono gli anni ad essere sbagliati, voi li rendete tali.
Nessuno vi impone di ballare sui cubi o strafarvi di eroina, potete ancora prendere qualche amico e andare in campagna a guardare le stelle o passare la sera al bar a ridere fino alle lacrime.
Potete riscoprire il biliardo, i giochi di società, i discorsi filosofici delle tre di notte davanti ad una birra, i gesti romantici, la tecnologia usata nel modo giusto.
Potete aspettare la persona giusta per fare l’amore, non accettare la prima sigaretta che vi viene offerta solo per entrare nel giro e il cellulare, credetemi, potete anche dimenticarlo a casa una volta.
Potete prendere un treno e andare al mare, fare un falò sulla spiaggia, mettere su qualche canzone che sembra uscita dalla vostra infanzia e cantare tutti insieme. Potete scegliere un concerto ai 10 euro d’entrata delle discoteche, l’emozione vera al compiacere gli altri, l’essere all’apparire.
Nessuno vi obbliga alle etichette, ai rapporti preconfezionati, alla carriera facile, perché per realizzare i sogni c’è da sudare e anche tanto.
Nessuno vi può dire che leggere è da sfigati, che la musica che ascoltate non ha senso o che andare bene a scuola vuol dire non avere vita sociale.
O almeno, loro possono dirlo, ma voi potete benissimo mandarli affanculo. Il primo giro lo offro io.
Nessuno può obbligarvi alle minigonne e ai tacchi troppo alti, ad una taglia 38 il cui prezzo è rinunciare al proprio cervello.
Nessuno vi impone niente, siete voi che accettate liberamente di uniformarvi, perché ribellarsi richiede coraggio.
E poi vi lamentate.

Quand’ero piccola amavo fare un gioco, sempre lo stesso: prendevo tutti i miei peluches, li mettevo seduti composti e immaginavo di fargli lezione.
Sognavo una classe tutta mia, avevo un’agenda personale in cui segnarmi i giorni delle verifiche e delle interrogazioni e un registro di classe in cui annotare i voti di queste prove. 
Preparavo disegni, fotocopie, esercizi che io stessa poi compilavo (i peluches non ne erano ancora in grado, per mia sfortuna) e correggevo. 
Ogni mio allievo aveva una storia, degli amici, qualcuno addirittura una fidanzatina, e io provavo con tutta me stessa a fargli amare ciò che io amavo. Leggevo loro i miei libri, le mie storie preferite, a volte chiedevo addirittura di scrivere qualcosa di inventato, non importava se fosse stato uno sfogo personale o un racconto di draghi, principesse e cavalieri. 
E sì, se ve lo state chiedendo, scrivevo io ogni storia.
Avevo sei anni, all’epoca.
Adesso invece ne ho diciannove, domani andrò in università e incontrerò per la prima volta i miei professori e i miei compagni di corso, lunedì poi inizierà ufficialmente la mia avventura su quei banchi.
Facoltà di Lettere, ovviamente.
Tredici anni in più, qualche nuova storia in tasca e il sogno di insegnare che, prima o poi, diventerà realtà.

Penso di averti amato, in qualche modo.
Penso di averti amato come si ama il mare in tempesta, la pioggia battente, il rock duro e crudo, quella birra in più nelle notti d’estate.
Penso di averti amato come si amano i problemi di geometria che durante i compiti in classe ti fanno sudare, morire, impazzire, ma che alla fine ti vengono e ti lasciano lì, ad occhi aperti, a sentirti quanto meno un semidio.
Penso di averti amato come si amano le giostre spericolate, quelle che ti creano quel vuoto in pancia e che appena scendi, se riesci a non vomitare e soprattutto a reggerti in piedi, cosa per niente scontata, vuoi subito rifare.
Penso di averti amato come si amano le corse sotto la pioggia, le cazzate, la musica a palla in macchina, le conversazioni folli, filosofiche e insostituibili che durano fino al mattino.

Penso di averti amato come si amano le cose impossibili: inspiegabilmente, follemente, completamente. 

quellachenonseinonsarai:

Mi facevi venire voglia di essere dolce, di baciarti sotto le stelle, di commuovermi per un film, io che non piango mai, solo per essere abbracciata da te. 
Mi facevi venire voglia di essere donna, di sentirmi bella, ma bella per te, di mandarti messaggi ad ogni ora del giorno e della notte, di ridere e soprattutto di farti ridere.
Mi facevi venire voglia di candele, bagni di mezzanotte, lettere da conservare in qualche cassetto, di svegliarmi con il tuo sorriso a pochi centimetri dal mio.
Mi facevi venire voglia di ballare, di eliminare i progetti e rischiare, di buttarmi per davvero, di smettere di chiedermi “perché dovrei?” e iniziare a chiedermi piuttosto “perché no?”.
Mi prendevi la mano e mi facevi credere che niente sarebbe stato impossibile, neanche noi, mentre il sole sorgeva e con lui la realtà.
Siamo durati il tempo di una notte d’estate, un amore eterno finito al mattino, un sogno troppo bello per resistere al peso del giorno.